Storie

Pollicini

Nel seguente brano, ogni riferimento a fatti o persone, è vagamente casuale.

L’adolescente tamarro vive il suo momento d’oro dopo la mezzanotte. Morris, a quell’ora, stava pettinando i capelli sulla parte alta della testa, che sui lati era rasata. Voleva aggiungere un orecchino con un finto diamante da gangster danaroso, e un taglio sul sopracciglio.
Prima o poi sperava di correggere il viso da bravo ragazzo dando una testata a qualcuno, e rompendosi il piccolo naso che sembrava un campanellino.
Francesco, che aspettava sotto casa, era alto e ossuto, indossava dei grossi occhiali rettangolari; chiunque gli avrebbe dato il proprio computer da aggiustare. 
Morris lo raggiunse facendo dondolare una bustina di plastica. 
— Bro! — esclamò quest’ultimo per attirare la sua attenzione. 
— Bella! — Si strinsero la mano. 
Poco dopo erano “in ufficio”, cioè sbragati su una panchina, avvolti da una nube che di mistero ne lasciava poco. Nel silenzio della notte un brontolio fece il suo ingresso in scena. 
— Ho fame. Son già le 4, il baracchino ha chiuso — si lamentò il piccoletto.
— Stica! 
Morris, mimando il salto di un delfino con la mano — Domani balziamo.
Decisero poi di andare al forno e quando arrivarono a destinazione trovarono i panettieri intenti a caricare il furgone. 
Mentre Francesco si sistemava i pantaloni, che erano scesi fino a mostrare il solco tra le natiche, Morris si rivolse a uno degli uomini al lavoro — Ciao, ci apri che abbiamo fame? 

Il panettiere era un uomo sulla cinquantina con le braccia, abbronzate dai forni, scoperte.
— Apriamo alle 5.
— Dai, che ti costa?
— Torna dopo — fece l’uomo che rientrò.
Morris si lamentò a bassa voce col compare — Sto scemo.
— A ‘sto punto andrei a dormire.
— No! Guarda, lì è pieno di panini.
Saltò sul retro del furgone e si mise a rovistare tra i contenitori del pane. Un apprendista brufoloso si affacciò con un carico in mano — Rubano il pane!
Il capo arrivò di corsa chiudendo la via di fuga a Morris, che rimase sul veicolo. Francesco scappò.
— Disgraziato! — non l’aveva presa alla leggera.
Morris, cercando di sfuggire, si infilò sul sedile e, preso dal panico, mise in moto guardando nello specchietto l’uomo che inveiva nella notte.
Per strada raccolse l’amico, che aveva fatto centro metri tirando su le braghe con l’impedimento del cavallo alle ginocchia.
Entrambi sovraeccitati ridevano imitando le urla del panettiere, poi Francesco notò qualcosa di strano.
— Ma che rumore fa ‘sto mezzo?
— Eh?
— Non senti “tum, tum, tum”?

Al forno intanto erano arrivati i carabinieri. Il più vecchio annotò i fatti e la targa del veicolo, ripeteva le domande senza dargli un tono, come fossero registrate. L’altro chiese in che direzione fossero andati i ladri, si grattò il mento barbuto quando vide delle pagnotte sparse per strada disegnare una scia beige sull’asfalto scuro.
Morris aveva deciso di fermarsi in una vietta, Francesco aveva mangiato un pezzo di pane, poi si era addormentato. Il primo stava finendo la terza focaccia quando sentì bussare alla porta del furgone, vide un uomo barbuto in divisa che sorrideva
— Uè Pollicini.

Deliri, Storie

Il gene della felicità

Se esistesse un gene della felicità io non lo vorrei. Magari mi impegnerei a cercarlo, anni e anni di ricerca…

bluuuup

Immagina un calcolatore col fumo che esce dalle prese d’aria, bit che scorrono su uno schermo, anzi non bit ma proteine. Una cosa più o meno come matrix, ma con le iniziali delle proteine GTCA.
brrrup brrrup. 
Li senti i bus che trasferiscono informazioni?
Sullo sfondo un sacco di gente triste nelle gabbiette.
Ma no dai scherzo, gente triste coi camici, e le dita incrociate.
brrrup brrup.
E poi alla fine la risposta, io premo invio, e la gente triste sorride.

Il gene viene sintetizzato in una provetta, trasferito in una siringa, distribuito nelle asl, usl adesso ATS.
Prima gli anziani, gli altri hanno più tempo. Viene stabilito un protocollo di felicitazione onde evitare ondate di panico. “Ognuno avrà la sua dose” è il motto del governo.

Io non me lo inietto… è che ho più paura degli aghi, però mi intervistano alla tv coi capelli in disordine e le occhiaie, una scena del tutto immotivata: in realtà erano anni che il calcolatore calcolava io passavo di lì ogni tanto, senza pretese, tra un Farmville e PetSociety.
Quella della televisione mi fa un sacco di domande, per esempio cosa mi rende felice e io rispondo che insomma ci sono delle cose, però ognuno ha le sue, almeno fin’ora perché adesso c’è il mio gene; e poi lei vuole sapere cosa cercherò poi, ma io non lo so: si sa che tutti cercano la felicità, e io l’ho trovata per tutti, e forse sono loro a dover cercare qualcosa per me.
Ecco io magari se fosse possibile vorrei una conchiglia gigante.
La giornalista mi guarda allibita.

Nel mondo tutte le persone che entrano negli ambulatori con la smorfia escono col sorriso. Massima democrazia? Massimo comunismo.

E poi c’è chi dice “Che bello ora saremo tutti felici” e però poi …
E adesso che siamo felici cazzo si fa? E tutti panicano e vogliono una soluzione per il panico e i bit, i trip e i flip ripartono mentre mi godo le vacanze da anni di lavoro.

Ma io avevo già risolto la situazione, in quella siringa c’è solo soluzione salina.
Non ve lo meritavate il gene, avete osato sorridere.